Roberta Filippelli espone al blublauerspazioarte

sottacqua

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Da Spoon River al Mare Nostrum – storie dolci e tragiche di anime assorbite dall’acqua.

Spoon River è un paesino del Middle West americano, ma sulla carta geografica non esiste. Ne esistono altri simili. Edgar Lee Masters nel 1915 ha composto una tra le opere di poesia più celebri del secolo scorso: L’antologia di Spoon River. Il volume raccoglie 244 storie di personaggi reali, alcuni dei quali ancora in vita al momento della pubblicazione degli epitaffi su Il Mirror di St. Louis.

Inconsapevolmente sulla scia dell’antologia, Roberta Filippelli ha orchestrato una sinfonia con le identità di persone annegate o le cui ceneri sono state gettate in mare dopo la cremazione. E’ uno strano cimitero: il reliquiario di un’antologia planetaria realizzata attraverso l’appropriazione di fotografie prelevate dal web, trattate e raccontate dall’artista. Masters conosceva i suoi morti, Filippelli conosce le loro immagini.

Colei che – nella serie Sottacqua – ha trascinato con sé le storie delle vite degli altri è Virginia Woolf. La scrittrice, dopo essersi riempita le tasche di pietre pesanti, il 28 marzo 1941, si gettò nel fiume Ouse. Una riflessione profonda sul suo gesto, sull’acqua e la morte, ha innescato la ricerca dell’artista che, velando parzialmente il volto della scrittrice con un filtro azzurro come acqua, la trasporta in una dimensione metafisica. Qui nasce l’ossessione di scoprire e identificare le persone scomparse in mare o nella vasca da bagno. Non i migranti che non hanno né volto né nome, ma gli scrittori, gli artisti, le modelle, i musicisti, eccezion fatta per il bambino siriano trovato accovacciato sulla battigia.

Perché queste foto?

J’ai été”, sono stato, qualunque immagine è “sono già stato, non lo sarò mai più”, ha affermato Enrico Ghezzi.

Una linea di demarcazione tra il filtro azzurro e la foto in bianco e nero divide in due ogni figura. Le immagini assemblate tracciano un orizzonte e contemporaneamente un’immersione nella profondità dell’anima. L’acqua torna acqua, la forma si dissolve. Secondo la visione buddista l’onda rappresenta la vita, quando questa finisce la stessa acqua si inabissa nello stato di latenza.

Il blu è la costante dell’opera di Roberta Filippelli che traccia una linea tra luce e ombra, aria e acqua, come un velo delicato steso sui volti. John Denver, Hurt Crane, Saffo,  Anthoine De Saint-Exupéry, persino il diabolico medico nazista Joseph Mengele, fanno parte della galleria con i loro volti enigmatici e i loro sguardi sospesi. Quegli sguardi che sono anche i nostri e ben rappresentano l’enigma dell’impermanenza. Ma l’artista, che utilizza tutta la tecnologia inesistente ai tempi di Masters per la sua Antologia di Planet River, mischia realtà e fiction. Sette soggetti fuori dal coro sono la rappresentazione non organica degli annegati: il frame dell’Atalante (Francia 1934) utilizzato per anni come sigla della trasmissione Tv Fuori orario. La statua del Cristo degli abissi installato nelle profondità del mare di San Fruttoso nel 1954 in memoria di un subacqueo annegato. Gregory Peck nei panni del Capitano Achab in Moby Dick (John Huston e Ray Bradbury ,1956), Ofelia che annegò in un corso d’acqua, Joe Gillis soggettista di Hollywood in Il viale del tramonto (Billy Wilder), Laura Palmer, personaggio dei segreti di Twin Peaks (David Lynch e Mark Frost,1990) .

E infine Giorgio Urgeghe, l’amico di Roberta, che desidera morire in mare.

Caratteri e storie frammentate, formano un paesaggio aspro e irregolare, che delinea la varietà delle tipologie umane, collega il quotidiano al sublime e all’assoluto e apre un’incognita senza risposta: perché sottacqua?

Manuela Gandin


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